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La Pesca di valle

La pesca di valle si svolgeva all’interno delle lagune, più precisamente dentro le valli salse da pesca. Si chiamano così i vasti bacini lagunari recintati in diversi modi o interamente chiusi da argini, chiaviche a saracinesca, graticci o argini artificiali. All’interno di questi recinti si allevava il pesce e lo si divideva per annate fino al momento adatto alla sua raccolta. E’ questo un sistema molto antico di pesca nella laguna di Venezia: esistono infatti delibere del veneto senato risalenti al 1200 che regolamentano la pesca nelle valli salse[1].

I centri più importanti per la pesca nelle valli salse erano la laguna di Venezia[2] e quella di Comacchio, nei pressi di Ravenna.

Il sistema di allevamento messo in atto nelle valli salse da pesca sfruttava la naturale migrazione del pesce, in special modo del pesce novello, che in primavera dal mare si dirige verso i bassifondi in cerca di maggior nutrimento. Raccolto il pesce nei recinti vallivi lo si rinchiudeva impedendone l’uscita. Divenuto adulto, con l’avvicinarsi dell’inverno cercava di tornare verso il mare ma rimaneva intrappolato nei graticci e nelle reti sistemate opportunamente nei passaggi obbligati costruiti per la raccolta del prodotto maturo.

Compito del vallicultore era quello di costruire la struttura portante della valle da pesca, provvederne alla manutenzione, ma soprattutto regolare gli spostamenti del pesce non ancora maturo nelle diverse vasche fino al ciclo completo della sua maturazione. Non essendo sufficiente la naturale riproduzione del pesce raccolto a garantire una produzione costante ed elevata, il vallicultore doveva integrare la popolazione delle sue valli con altri pesci novelli catturati da appositi pescatori lungo i litorali o nella laguna, è questa la semina della valle.

La gestione di una valle da pesca era cosa molto complicata e necessitava di un bagaglio di esperienza notevole, basti pensare alla perizia necessaria a distinguere le diverse specie ittiche nel loro stadio di avannotti. I rischi principali che affrontavano i vallicultori, che sono rimasti gli stessi dei giorni nostri, sono legati alle condizioni climatiche: estati eccessivamente calde o inverni troppo rigidi possono compromettere la semina o il pesce pronto per la raccolta. La piaga della pesca abusiva all’interno delle valli utilizzando metodi proibiti risulta essere un problema che assillò costantemente tale attività[3] nel corso degli anni.

I prodotti principali delle valli da pesca erano le diverse varietà di cefali, i branzini e le anguille.

Per valutare correttamente l’importanza che ricopriva la pesca valliva nell’economia veneta di inizio ‘900 è necessario riflettere su alcuni dati statistici relativi ai mercati del pesce di Venezia e di Chioggia nell’anno 1922[4]. In quell’anno al mercato di Venezia fu venduto pesce proveniente dalle valli da pesca per un importo di £. 4.900.000, al mercato di Chioggia per un importo pari a £. 6.000.000: a tali importi è necessario aggiungere il valore delle anguille vendute direttamente alle fabbriche di ammainato, che purtroppo sfuggono alla statistica. E’ però possibile calcolare che fra le valli del Pò, di Venezia, di Marano e di Grado la pesca delle sole anguille si aggirasse attorno agli 8.000 quintali, che al prezzo di £. 800 al quintale davano un importo totale di £. 6.400.000[5]. Sommato ai dati precedenti si giunge alla cifra di £. 17.000.000 annui che può ritenersi vicina alla fetta di mercato ricoperta dalla pesca nelle valli salse. Dal computo resta ovviamente escluso il ricavato delle vendite effettuate dai pescatori addetti alla fornitura del pesce novello alle valli.


[1] Cfr. GIOVANNI VENCESLAO CARGIANI, Le valli salse da pesca, in Problemi e progressi della pesca, a cura di PARDO GIUSEPPE, Padova, Tipografia seminario, 1923, pp. 51-56.

[2] Nella Pesca in Italia, A. TARGIONI TOZZETTI, “Annali del ministero di agricoltura, industria e commercio”, 1872, individua ben 31 valli salse da pesca nella laguna superiore (Cà Zane, Dogado, Grassabò, Cime di Cà Bernardo, Grassabò inferiore, Drago Jesolo, Baseggia, Scarella, Grassa, Falconera, Fiammengo, Valle nova in porto di Lio, Lio piccolo, Liona, Lio maggiore, Caligo, Val detta Olivieri, Sparesera, Paleazza, Giallo, Sacchetta, Saccagnon, Lago novo, Valle nova, Valle di fronte, Cadariva piccola, Cadariva grande, Cà Grotta, Cà Fron, Cà Gioga, Cà Gioga grande), 21 nella laguna media (Tarson di sopra, Contarin, Tezze, Battioro, Corno, Tarson di sotto, Serraglia, Averto, Riola, Val di bon, Girlata, Zappa, Sora, Figheri, Pierimpiè, Buse del prete, Verza, Maffia, Van Axel, Reata d’aglio, Ostreghera) e 9 nella laguna inferiore (Morosine, Ghebbo storto, Vallon, Sacche, Prime poste, Lagon, Inferno, Moraro, Marcio).

[3] Tra i danni maggiori arrecati dall’uomo al delicato ecosistema delle valli salse da pesca, ad inizio del secolo scorso risulta assai diffusa la pratica illegale della pesca con l’esplosivo.

[4] Cfr. G.V.CARAGIANI, Le valli salse da pesca, p. 54.

[5] Ivi, p. 54.

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